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Le idee di Bonsignore: "Industria intelligente per il futuro di Torino"

04/07/2013

Onorevole, ma davvero questa nuova torino della cultura e degli eventi non le piace?
"Dico che Castellani prima e Chiamparino poi di errori ne hanno fatti tanti. E ora ho paura che le linee di sviluppo di Fassino siano le stesse del passato. Un modello di trasformazione economica e urbana conosciuto e copiato da altre realtà non va bene. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: ha prodotto disastri. Si dice che Torino è una città accogliente, di cultura e di conoscenza. Ma tutti, da Bankitalia all'Ires, passando per centri di ricerche anche vicini alla sinistra, hanno certificato che siamo ai primi posti per la disoccupazione e agli ultimi per la qualità urbana. Abbiamo già subito due fallimenti. Non andiamo incontro a un terzo".

Eppure tutti dicono il contrario.
"No, di questo dobbiamo prendere atto: abbiamo adottato un modello sbagliato. Ora dobbiamo imboccare un binario diverso. E iniziare una stagione di dialogo, ascolto e confronto. Proprio come ha auspicato Fassino".

Ma secondo lei cos'è che non ha funzionato?

"Abbiamo pagato l'ossessione tipica degli ex Pci per la Fiat. Chi proviene dal partito comunista e si è occupato di automobile resta convinto che la macchine, a Torino, non si possano produrre. Un errore colossale. Perchè quello che vale per il resto dell'Occidente non può valere anche per noi? La loro alternativa è stata quella di immaginare una città che puntasse sulla cultura e sulla conoscenza. Peccato che invece di produrla, la cultura l'abbiamo solo mostrata. E che l'idea della città della conoscenza non sia decollata. Come è sotto gli occhi di tutti".

Ma come? Torino ha uno dei migliori politecnici d'Europa, gli studenti che frequantano le sue università sono oltre 100mila. Non è abbastanza?

"No. Perchè non basta avere una buona università per essere una città della conoscenza. Ed è anche vero che il Politecnico non lo abbiamo aiutato abbastanza. Già è stato un errore lasciarlo in corso Duca degli Abruzzi, confinandolo in spazi asfittici. E poi, invece di dargli nuovi spazi abbiamo deciso di costruire un centro congressi sull'ex-Westinghouse o di destinare le Ogr alle mostre. Le università di livello internazionale hanno 30 metri quadri per ogni studente. Il nostro Politecnico solo otto. Qualcosa vorrà pur dire".

Bene. I problemi sono tutti sul tavolo. Ma le soluzioni?
"Dobbiamo reinventare il ruolo della nuova industria. E sostenere la manifattura. Il nostro futuro è nei manufatti, intelligenti e moderni. Non possiamo solo affidarci alla cultura e agli eventi.

Ma un'amministrazione comunale può davvero gestire fenomeni economici di questa portata?

"Assolutamente sì, perchè il legame tra governo del territorio e industria è molto forte. E il compito dell'amministrazione comunale deve essere quello di realizzare le condizioni perchè il territorio sia accogliente. Un obiettivo che si ottiene attraverso il marketing territoriale. Esattamente come è successo a Settimo, un Comune che ha convinto le industrie a restare al loro posto".

E come si fa marketing territoriale?

"Con la formazione professionale, innanzitutto, che deve essere di alto livello. Non basta qualche ora di lezione di inglese. Come non basta formare semplici fresatori. Oggi servono operai di prima categoria  per l'industria intelligente. Poi mi rendo conto che non sia un discorso comodo. E che tanto il Comune quanto la Regione preferiscano affidarsi al solito tran tran, che sia più semplice addestrare aspiranti pizzaioli. Ma dobbiamo riuscirci: solo  così il nostro territorio sarà realmente attrattivo per le industrie".

Ma una città può fare tutto questo da sola?
"Nessuna città può farcela da sola. Ma fare lo scaricabarile su responsabilità nazionali non serve a niente. Prendiamo Milano: lì c'è un'archiettura come Dio comanda, mentre da noi le trasformazioni urbanistiche hanno una qualità scandalosa. Ma secondo voi, un fondo del Qatar viene a Torino per investire su via Livorno? Bisognava creare l'habitat perchè l'industria avesse interesse a restare qui. E noi la Fiat non la convinciamo a restare a Torino con gli incentivi, ai quali mi sono sempre opposto. Come non convinciamo la Telecom comprando la sua sede. Semplicemente non abbiamo neppure tentato di creare delle condizioni territoriali adatte".

E adesso?
"Dobbiamo puntare a una reindustrializzazione per la manifattura intelligente. E prendere atto degli errori del passato. Ormai dire che Torino è bella è una convenzione. Ma solo perchè abbiamo dato una mano di bianco per le Olimpiadi o aggiunto cinque luci in via Po, mentre i palazzi dell'ex Moi cadono a pezzi e al Palazzo del Lavoro vogliono fare un supermercato. La verità è che quello che è stato fatto non produce nuovo lavoro. Ora cambiamo passo".

Tutto molto bello. Ma con che soldi pensa di garantire la copertura economica?
"Continuando a vendere il patrimonio comunale per abbattere il debito.  E privatizzando tutte quelle strutture che Comune e Regione hanno creato per erogare servizi e che non hanno più ragione di restare in mano al pubblico. Dobbiamo tagliare la spesa improduttiva e razionalizzare gli apparati, perchè la burocrazia è il primo ostacolo all'impresa".

Qual è quindi la sua proposta per il sindaco Fassino?

"Credo che Fassino abbia una statura ben diversa dai suoi predecessori. E abbia anche la storia personale, la formazione e la cultura per fare realmente qualcosa per questa città- Ora deve dare seguito al suo invito al dialogo, perchè vengano tracciate nuove linee guida per un unico obiettivo: organizzare il nostro territorio in funzione della manifattura, dell'automotive e dell'alimentare. Le nostre opportunità sono tutte qui. non dobbiamo solo ripetere gli errori del passato".



Intervista del 3 luglio 2013
Paolo Varetto - Cronaca Qui Torino