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No al 'buy-back' del debito pubblico

 

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Senza certezze che sia finita la spesa pubblica allegra

L’On. Vito Bonsignore è intervenuto sul tema del debito pubblico, partecipando al dibattito "Da 'figli di Roma' a schiavi d’Europa? I sacrifici degli italiani per l’Italia e la scommessa da vincere: il riequilibrio del debito", organizzato dai Democristiani nel PdL a Saint-Vincent il 13-14 ottobre.

Nel corso del dibattito, è stata riproposta l’ipotesi, già avanzata dall’ex Ministro Tremonti, di una sorta di buy-back del debito pubblico da parte dei risparmiatori, per sottrarre quote agli effetti di un mercato finanziario globale sempre più orientato alla speculazione, lontano da quella nozione di investimento di medio lungo-periodo che caratterizzava l’acquisto di debito sovrano.

Un’ipotesi suggestiva, ma rischiosa alla luce del recente passato e dell’attualità. “Inutile accalorarsi contro la Germania se non ci facciamo un esame di coscienza” – ha osservato l’on. Vito Bonsignore, vice presidente del gruppo del Ppe a Bruxelles – “Sono tra gli esponenti più critici della Merkel nel gruppo dei Popolari Europei, ma se non riconosciamo i nostri errori e non lavoriamo per correggerli, non andiamo da nessuna parte”.

La proposta di far sottoscrivere ai risparmiatori la quota attualmente in mani estere del nostro debito pubblico, a fronte di una completa detassazione, trova secondo Bonsignore un punto debole nelle caratteristiche della spesa pubblica in Italia. “Soltanto oggi, sulla spinta dell’emergenza, stiamo mettendo i primi argini a una spesa pubblica impazzita e fuori controllo. Oggi, il 25% del debito sta nelle Regioni, che lo hanno raddoppiato in dieci anni. Come posso chiedere seriamente di sottoscrivere un debito se non fornisco garanzie che la spesa sia finalizzata in modo produttivo”?

L’on. Bonsignore teme che, ridotta la pressione dei mercati, possa alimentarsi l’illusione “di continuare ad avere circa 600.000 persone che vivono di politica e di sottogoverno, di consorzi, enti e aziende partecipate, di stipendi da 20mila Euro al mese ad amministratori e funzionari sistemati per cooptazione, senza rigorosi criteri di selezione e al di fuori di misure e valori di mercato, di fondazioni bancarie che invece di finanziare impresa e ricerca fanno il bancomat per l’effimero e le clientele dei potentati locali”.

Per il vice presidente del Ppe “dobbiamo proseguire in un’operazione che non è soltanto di risanamento finanziario, ma soprattutto di razionalizzazione della spesa e del sistema pubblico, che oggi è troppo costoso e invasivo sulla società: quando avremo dato segnali in questo senso, anche la speculazione troverà meno agio sui titoli italiani, che si rafforzeranno da sé”.

 

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